ce la possiamo fare col riscaldamento globale?

Bella sintesi dell’energisauro sulle spinte opposte in merito alle policies sul global warmth, pubblicata su i Mille, che Filippo Zuliani sintetizza a sua volta sul suo Energia e Motori.

Mi limito (o quasi) a riportare i link. E ad aggiungere che i veri motivi delle negoziazioni, che dai due link sono ben riassunte, sono usualmente tenuti al riparo da scudi pretestuosi, che permettono di uscirne senza compromettersi: ad esempio un certo grado di incertezza ancora attribuibile alla catena dei fenomeni (ma il riscaldamento è causato dai gas? ma si tratta di attività antropiche? ma quanto sono responsabili del riscaldamento? Ma quali sono ampiezze e tempi di risposta del sistema?). Un autorevole professore del Poli di Milano era ben famoso per le sue posizioni “negazioniste”, eppure era uno dei vecchi notabili dell’Istituto di energetica, né nessuno si sognerà mai di metterne in dubbio l’integrità morale!

Credo però si stiano riuscendo a fare grossi progressi nell’affidabilità delle simulazioni dei fenomeni che reggono i cambiamenti climatici, oltre che nella dinamica di risposta del sistema Pianeta Terra: credo che questo permetterà via via di far venire a galla i veri motivi delle posizioni, rendendo via via più difficoltoso mascherarsi dietro pretesti.

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Gestire l’energia nelle attività produttive: otto tappe!

cover In quest’ultimo periodo gli spunti per post di attualità in tema energy non mi mancano. Le implicazioni della questione russo-ucraina ad esempio. Oppure Obama e le sue missioni  per piazzare qualche partita di gas (che poi ha a che fare abbastanza con la prima questione). E che dire dell’ultimo report IPCC sul riscaldamento globale del pianeta? Ma anche ci si volesse limitare al nostro orticello nazionale, magari a provvedimenti strettamente correlati all’uso dell’energia nel professionale, il nuovo governo ha strillato un 10% di riduzione delle bollette elettriche alle PMI, mentre di fatto la crescita della componente oneri continua a salire nonostante il costo del vettore scenda (tengo aggiornato il grafico pubblicato con l’articolo sul buon signor Forconi, ne ripubblicherò a breve un aggiornamento); al sostegno alle rinnovabili si sono aggiunti anche gli aiuti agli energivori. Dove la si prende questa riduzione del 10% alle PMI?  Insomma ci sarebbe da scrivere: a diradare i miei post è stata piuttosto una deviazione della mia “vena letteraria”, duramente monopolizzata dalla stesura di una guida per l’efficienza energetica, pubblicata pochi giorni or sono. Il titolo è esplicito: “Gestire l’energia nelle attività produttive”.

L’ho pensato come un manuale, che possa essere di riferimento a chi ha a che fare con l’energia correlata ad una attività, pur senza essere uno specialista; che sia un gestore o un tecnico; che sia titolare o incaricato; che operi dall’interno o come consulente. Volete saperne di più? Per l’abstract o per scaricare gratuitamente una preview cliccate qui . Enjoy!  

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Efficienza Energetica in Azienda: le 5 Barriere per le Piccole Imprese

Come giocano le caratteristiche di un’azienda nel rendere più o meno agevole il cammino verso l’ottimizzazione energetica? Intuendo il problema, l’UE finanziò nel 2010 il progetto CHANGE, con lo scopo di avviare un processo di assistenza alle PMI nell’efficienza energetica: 60 Camere di Commercio locali e regionali, in 12 Paesi membri, si impegnarono a meglio caratterizzare la situazione delle PMI in rapporto all’efficienza energetica, raccogliendo dati su oltre 2000 PMI.
Ne ho scritto, sintetizzando 5 gruppi di fattori limitanti, su:

http://www.b2corporate.com/efficienza-energetica-e-pmi-drivers-e-barriere-in-5-punti

enjoy!

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BAU: abbaiare all’energia, o della differenza di vedute future

(sottotitolo: finché un cigno nero non mette tutti d’accordo sull’essersi sbagliati di grosso)

Con questa entrée, che pare un verso cagnesco mentre significa Business As Usual, lascio da parte i forconi per segnalare l’articolo molto ben scritto di Filippo Zuliani:

http://energiaemotori.wordpress.com/2013/12/19/i-limiti-delle-rinnovabili/#more-5341

la cui analisi trovo decisamente sensata.

Aggiungo: con l’acronimo BAU si intendono quelle previsioni che dipingono il futuro senza interventi o eventi che cambino bruscamente le carte in gioco; in realtà, quando queste previsioni vanno al 2050, come significatività mi sento di accomunare ai BAU anche gli Outlook che prevedono solo evoluzioni graduali.

Sicuramente l’esercizio di fare previsioni a lungo termine può avere una certa utilità; ma, su durate prolungate, difficilmente restano fuori dalle vicende quei “cigni neri”  che sovvertono bruscamente i valori delle risorse in campo, e che ahimè nessuno mai prevede (dopo sì:  legioni di post esperti avevano sempre previsto tutto, come per le due guerre mondiali)

E strizzavo l’occhio a Filippo proponendogli di mettere di fronte, seduti al tavolo:

– da una parte, gli autori della Road map UE (diminuzione dell’80% delle emissioni per il 2050); tra i supporter sugli spalti della curva alle loro spalle, a fare il tifo, quelli dello studio ENEA “verso un’Italia low carbon”;

– dall’altra quelli dell’Outlook 2040 di Exxonmobil (che in sostanza ribadisce che l’umanità prima di disfarsi delle fonti fossili ne avrà ancora per parecchio): http://corporate.exxonmobil.com/en/energy/energy-outlook  (e anche qui, per riempire gli spalti di supporter non si dovrebbe fare fatica).

– a capotavola un arbitro munito di caschetto e giubbotto antiaggressione, che dia il fischio d’inizio e poi dica: adesso vedete un po’ di mettervi d’accordo…

per concludere il post un po’ “leggerino”, due frasi celebri:

“Fare previsioni è difficile, specie sul futuro”, Niels Bohr

“Il lungo periodo?Ah sì, allora saremo tutti morti”, John Maynard Keynes

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La lotta del signor Forconi con la bolletta dell’energia elettrica

Questo articolo è dedicato al sig. Forconi; sì, proprio quello che ad un certo punto si imbufalisce, si dota di un attrezzo simile al suo cognome e va in piazza a fare un po’ di rumore.

Il sig. Forconi ha un piccolo esercizio, fa fatica, e percepisce che qualcosa non funziona, ma non riesce a mettere a fuoco bene la sua rabbia, altrimenti potrebbe diventare anche più cattivo.

Quando va far benzina e la trova cara, il sig. Forconi è il classico cittadino che, come tanti, se la prende un po’ con tutti e con nessuno: non capisce quanto il costo del suo pieno aumenti per le accise e quanto per colpa del benzinaio e/o del raffinatore: chissà se questi due soggetti staranno navigando nell’oro o piuttosto, come lui, stanno cercando affannosamente di sbarcare il lunario per non chiudere.

Ma ora torniamo in ufficio, o in negozio, dove il signor Forconi vede la bolletta elettrica aumentare continuamente. Impegna 15kW contrattuali, un consumo grosso modo attorno a 30 MWh/anno (lasciatemi ragionare in MWh, così ci portiamo dietro numeri più leggibili), prevalentemente in fasce orarie F1 ed F2 (diciamo 26MWh, mentre i rimanenti 4MWh sono prelevati in F3), e si è rivolto al servizio di maggior tutela (quello a cui si rivolgono gli utenti che non vanno a negoziare le proprie condizioni di fornitura sul mercato libero, aperto ormai anche agli utenti di taglia minima).

In pratica, ai prezzi di dicembre 2013, le sue bollette annue assommerebbero a circa 8200 €, a partire da 6700 € circa senza il 22% di IVA. Questi 6700 € sono formati grosso modo da:

  • 49.2%              di costi variabili associati all’energia elettrica
  • 3.3%                di costi variabili associati ai servizi di rete
  • 31.4%              di costi variabili associati agli oneri generali
  • 6.2%                di accisa (anch’essa variabile). Poi ci sono:
  • 7.5%                di quota legata alla potenza impegnata
  • 3.5%                di costi fissi, anch’essi ripartiti tra energia (1.1%), rete (0.4%) e oneri generali (di nuovo, 2.1%).

Di queste voci, la più fumosa da comprendere per il sig. Forconi riguarda sicuramente gli oneri generali, peraltro mica leggeri. Cosa sono? Sapere che servono ad incentivare le rinnovabili potrebbe anche dargli qualche soddisfazione civica, (magari non spiegandogli che questa quota vale 12 miliardi di euro all’anno e non inizierà a calare prima del 2031, perché non sono stati stanziati proprio nel modo più efficiente…). Invece probabilmente diventerà più guardingo sapendo che il restante serve più o meno a mantenere la baracca pubblica che tiene in piedi il sistema (insomma: legislazione, funzionari, piattaforme di mercato, incentivi, studi e indagini, sperimentazione pubblica, tutela del consumatore, ma anche smantellamenti degli impianti nucleari e aiuti vari. Bello, ci vuole; tanta burocrazia però, intuisce il sig. Forconi).

Ma, una volta rizzate le orecchie, potrebbe saltare sulla sedia vedendo questo grafico, che riporta gli andamenti delle quote variabili negli ultimi due anni (clicca per ingrandire):

prezzi componenti variabili en el

Essì, farebbe un bel salto, perché dal grafico è evidente che le quote delle componenti variabili energia, legate all’energia elettrica vera e propria, nelle fasce F1 ed F2 in cui avviene la maggior parte del suo consumo, in due anni hanno segnato diminuzioni attorno al 5% (interpolate da retta di regressione).

Ma allora, perché coi prezzi del gennaio 2012 la sua bolletta annuale sarebbe stata di 7100€ (senza scomodarsi ad abbassare l’IVA, che calcoliamo all’odierno 22%)? Perché oltre il 15% di rincaro?

A questo punto il sig. Forconi guarderebbe il grafico con più attenzione, e si accorgerebbe che gli incrementi dei famosi oneri (cioè gli incentivi alle rinnovabili e, nella sua visione, gli stipendi del personale pubblico che amministra la baracca) si sono pappati cinque volte la diminuzione delle quote energia. Riuscendo a mantenere ancora calma sufficiente, magari andrebbe a vedere i costi non variabili. Vabbè, incideranno poco, però anche qui  la componente di rete e quella di potenza non sono variate, mentre quella relativa agli oneri generali è diventata una volta e mezzo (e arridàgli con ‘sti oneri!): 139 € di oneri generali sono sì ancora una fetta piccola, ma cominciano a non essere più proprio invisibili (due anni fa erano 90€).

Ora, il sig. Forconi non è uno che si perde d’animo, ed è un tipo proattivo, per cui si concentra subito su quel che può migliorare: si accorgerà che sul mercato libero, specie se è un tipo po’ sveglio, o magari facendosi assistere, si riesce a negoziare, con qualche soddisfazione, la parte variabile relativa all’energia.

Ma ormai ha perso l’innocenza, e nessuno gli toglierà la rabbia nel pensare che coi fornitori puoi negoziare su metà della bolletta, mentre su buona parte della restante metà è lo stato che ogni trimestre (a volte meno) ti impone un aggiornamento unilaterale delle sue condizioni (e negli ultimi due anni non ha fatto complimenti).

Ed è difficile non pensare che questi ritocchi vengano anche più facili quando il mercato scende, incamerandosi così il ribasso che spetterebbe al cittadino (magari senza restituirlo nell’anticiclo, in perfetto stile boa constrictor).

Il sig. Forconi è furibondo, cerca ancora di contenersi, ma gli fanno notare un’altra cosa: l’IVA è applicata anche sull’accisa, insomma gli tassano una tassa (e pure il suo consulente gli confessa che, se un tempo non fu così, nemmeno lui si ricorda quando).

A chi rivolgersi? All’Autorità? Forse è come andare da uno dei topi e chiedergli di rinunciare ad una parte del formaggio.

A questo punto, anche se personalmente non ne sono contento, non mi stupisce che il signor Forconi vada ad aguzzare le punte al suo tridente.

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Gazprom: due battaglie vinte e la manfrina con Eni

Ho appena commentato un articolo di Filippo Zuliani su iMille . Ritengo il commento abbia dignità autonoma, eccolo:

Credo che negli ultimi anni la Russia abbia messo a segno due colpi importanti nella propria strategia sul mercato del gas: 1) dopo anni di battaglia al Nabucco, ormai ne ha affossato il potenziale di disturbo nel proprio monopolio di fornitura gas all’Europa da est; 2) con il Northstream perfettamente funzionante, ha aumentato il proprio potere sull’Ucraina, la quale prima poteva “negoziare” le politiche di prezzo del gas con la minaccia (a volte anche realizzata) di “trattenere” una parte destinata all’Europa ed in transito obbligato dal suo territorio. E lo vediamo in questi giorni quanto il partito filoeuropeista in Ucraina debba abbassare la testa rispetto alla fazione filorussa.

Che il mercato spot dell’Europa diventi un mercato di distributori è un’immagine forse un po’ forzata, che però Filippo usa bene per dipingere bene il concetto di mantenuto potere contrattuale della Russia. In Europa il gas ha anche altre provenienze, soprattutto per chi ha rigassificatori; ma è chiaro che, se un fornitore è molto forte, può ad esempio resistere più efficacemente alla riduzione d’importanza che i suoi contratti take or pay stanno subendo.

A proposito di take or pay e rigassificatori, passo all’Italia con una provocazione: forse bisognerebbe considerare che eni e gazprom sono sempre stati tutt’altro che in disaccordo (mi viene in mente la storiella che al mio paese si raccontava sui nostri vicini di campanile, che secondo i nostri nonni  di giorno si facevan vedere a litigare e di notte andavano a rubare assieme…): Eni in Italia doveva calare progressivamente la sua % sul totale di gas immessa nelle reti di trasporto, ECCETTO le quantità provenienti da fornitura take or pay. E quell’eccetto spiega tutto. Si badi bene che, fino a quando l’EU non ha fatto saltare l’accordo, Gazprom praticava ad Eni alcune condizioni di favore, purchè Eni non rivendesse all’estero. Gazprom in cambio non poteva venire a vendere direttamente in Italia. Ma non solo: tutto il Transitgas svizzero (da passo gries fino in germania) e tutto il TAG austriaco (da Tarvisio a Baumgarten) erano di società con capitale in paradisi fiscali, ma alla fine della scatola cinese controllate 99% da eni. Qualche considerazione sui bilanci di fornitura nazionale, credo non del tutto superata, l’avevo fatta ai tempi del gelo di fine inverno 2012, su http://www.b2corporate.com/grande-gelo-vs-stoccaggi-giorni-contati.

per concludere: la Russia finora un pericolo ce l’ha avuto, che è quello del monopsonio (cioè dover per forza vendere il suo gas ad ovest). Ma cosa ci succederà se anche il Cliente orientale diventerà consistente e per la Russia sarà indifferente girarsi da una parte o dall’altra?

Disclaimer: sotto potreste trovare pubblicità, a mia insaputa. L’ho fatto presente a wordpress, i quali mi hanno risposto che se mi va bene è così, sennò posso cercarmi un’altra piattaforma per blogger o aprirmi un sito. Buona idea, vedremo.

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Le tessere per il mosaico dell’energy management

Nel post precedente parlavo di energy manangement e di modalità sistematiche per attuarlo. Abbiamo visto che la ISO50001, lungi dall’essere un costo insostenibile per i soggetti più piccoli, raccoglie al contrario i requisiti qualitativi, quasi di buon senso, per un sistema che realizzi il perseguimento della propria policy energetica: ciascuno può organizzarsi secondo le sue possibilità e mettere in scena un miglioramento continuo delle proprie prestazioni energetiche, facendo diventare normale un certo processo ciclico.

Certo, implementare la sistematizzazione della gestione implica il coinvolgimento di soggetti idonei, nuovi elementi di business e l’introduzione di nuove pratiche, come ad esempio:

  • Fornitori di servizi energetici (le ormai note ESCo, o Energy Service Companies)
  • Professionalità individuali (l’Esperto in Gestione Energetica, o EGE)
  • I servizi energetici stessi
  • Le metodologie di misura dei risparmi energetici
  • Il benchmarking delle prestazioni energetiche
  • Le modalità di auditing.

Tutto sta progressivamente procedendo e, oltre alla norma UNI EN ISO 50001 (accettata universalmente e alla quale si è giunti passando dalla UNI EN 16001), oggi ci troviamo con un quadro piuttosto integrato in termini di normativa volontaria sulla gestione energetica: mi sento di rappresentare i relativi standard con un mosaico di tessere ben incastrate (clic per ingrandire):

mosaico

Ciascuna di queste norme meriterebbe una disamina approfondita e, nel bene o nel male, critica.

Lasciamo come proposito nel cassetto, prima o poi, di affrontare anche questo compito, discutendo le norme una per una. Per iniziare citiamole tutte, velocemente, quasi per titoli:

  • La UNI EN ISO 50001 sostituisce la 16001, e riguarda i requisiti di un sistema per la gestione dell’energia (SGE). L’abbiamo già introdotta la scorsa settimana;
  • Una figura chiave per implementare un SGE ed utilizzarlo al meglio è quella dell’EGE, Esperto in Gestione dell’Energia. Il benchmark di valutazione per un EGE è fornito dalla UNI 11339, contenente la summa di esperienze e competenze che questa figura dovrebbe possedere. L’EGE è una figura particolare, e in qualche modo ci si prefigge con la sua istituzione di superare l’aggiramento che la figura dell’Energy Manager ha in questi anni subito. Ricordo che, a partire dal DM 28 dicembre 2012, un’organizzazione che ha nominato l’energy manager può conseguire direttamente i certificati bianchi per interventi idonei di efficienza energetica, senza bisogno di rivolgersi ad una ESCo che li metta in atto per suo conto. Ma tra poco più di un anno ciò sarà possibile solo se l’Energy Manager è anche EGE.
  • Le nominate ESCo, o Energy Service Companies, appunto, sono soggetti abilitati a fornire servizi energetici, tra cui l’idoneità a maturare i Certificati Bianchi. Una norma, la ISO UNI 11352, stabilisce appunto quali requisiti devono avere le ESCo per poter essere considerate tali (uno di questi requisiti è appunto di avvalersi del contributo di un EGE).
  • Ora, anche per i requisiti con i quali un servizio energetico viene somministrato c’è la possibilità di confronto con un insieme di requisiti di riferimento, che sono contenuti appunto nella norma UNI 15900;
  • Nell’insieme del miglioramento continuo e ciclico attuato da un SGE a norme, l’audit energetico è un momento fondamentale: la norma UNI 16247, raccomanda le modalità di esecuzione peculiari per un audit.  Comincia a diventare piuttosto articolata, se è vero che ormai si compone di 5 parti: la prima è generale, dalla seconda alla quarta ci si focalizza volta per volta su civile, trasporti e processi, mentre la quinta parte stabilisce i requisiti richiesti ad un auditor.
  • In tutto questo parlare di soggetti agenti e sistemi di gestione, è chiaro che alla fine si dovrà anche arrivare a stimare dei consumi e fare dei confronti, costruendo indicatori e eseguendo dei benchmark: le raccomandazioni per eseguire correttamente un benchmarking sono contenute nella ISO 16231.
  • Infine, gestire un sistema, operare con competenza nell’inquadrare e misurare  stati di fatto sfocia nell’individuare interventi di risparmio energetico, da mettere in atto e dei quali misurare l’efficacia: la norma UNI EN 16212 inquadra le due metodologie paradigmatiche di stima dei risparmi energetici, appunto l’approccio top down e quello bottom up.

Di seguito una tabella di compendio di quanto detto:

Immagine

Non sarebbe male proseguire con qualche osservazione critica. Ma intanto credo che come presentazione delle tessere del mosaico possa bastare.

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I vantaggi di una Gestione Sistematica dell’Energia e la normativa ISO UNI CEI EN 50001

Poco tempo fa sono intervenuto ad un convegno, con il compito di fornire agli astanti una summa del quadro legislativo e della normativa volontaria sul risparmio energetico.

La normativa volontaria è quell’insieme di standard e norme tecniche cui nessuno è effettivamente obbligato a prestare attenzione (ma questa considerazione, che qui esprimo in toni drastici, va certamente circostanziata e smussata in un approfondimento. Ci sto pensando). Tornando all’intervento: trattata la parte di quadro legislativo, cioè quella delle disposizioni vincolanti, ho introdotto la normativa volontaria con queste due vignette, alle quali faccio ormai affezionato ricorso se devo illustrare questi concetti (in ordinata la riduzione dei costi, in ascissa i tempi (anni)):

carrelli1

carrelli2

(per entrambe, clicca per ingrandire)

La prima cosa gustosa da raccontare è che, inviata preliminarmente la presentazione, in realtà nel titolo della prima figurina invece di “puramente ingegneristico” ho introdotto, come mi è stato consigliato, “tradizionale”.  – Guarda, io gli ingegneri li apprezzo e li stimo, ma so anche che sono molto suscettibili -. E in effetti, da facente parte della categoria, io mi sentivo forse più autorizzato a questa provocazione; ma sostanzialmente ho ritenuto ben giustificata la prudenza del consiglio.

Divagazione di colore a parte, torniamo ai due differenti paradigmi nella gestione dell’energia, rappresentati nelle due vignette:

  1. nell’approccio della prima vignetta, si coglie un’attenzione estemporanea alla riduzione dei consumi: i due malcapitati sulle montagne russe del risparmio energetico agiscono sentendosi in qualche modo gravati da un’incombenza accessoria.  Esaurita la spinta iniziale e ottenuta qualche soddisfazione in termine di riduzione dei consumi, l’accento tornerà sul proprio core business (che sia acciaio, scarpe, pasta, plastica o altro), ritenuto più attinente alla propria occupazione “elettiva”. Non serve un illuminato profeta per prevedere, nel giro di qualche tempo, un nuovo peggioramento e conseguente altro giro sulle montagne russe.
  2. La seconda vignetta mostra invece un atteggiamento più efficace: intanto già l’invito a fare qualcosa arriva ed è sentito come una disponibilità al sostegno da parte della direzione; e dopo i primi risultati, che probabilmente avranno sgrossato le inefficienze più evidenti, si prosegue ad evidenziare continuamente progetti di miglioramento; si resta aggiornati sulle possibilità offerte da mercato e quadri incentivanti eventuali; ogni tanto qualche idea “imprevista” consente scalini di miglioramento. Si cerca di misurare e confrontare, nonché di migliorare la propria capacità di analisi. Si comunica con gli altri siti, e l’attuazione delle idee che hanno avuto successo in un caso pilota viene propagata. Si è anche disposti a fare prove con piccoli errori, compresi e sostenuti come passi avanti per organizzare prove successive.

In pratica, in molti casi ci si imbatte in questi atteggiamenti duri a morire:

  • per ottenere i risparmi energetici, l’importante è padroneggiare tecnica e tecnologia
  • per ricordarsi che l’energia è un costo, ci sono i ritagli di tempo in cui non si hanno altre urgenze da soddisfare, tipicamente legate al processo di produzione
  • un processo produttivo va effettuato con parametri ridondanti, pur di “lavorare comodi”(atteggiamento figlio dei precedenti)

Io invece, per quanto sia un tecnico fino al midollo (dentro) e con passione per il singolo ragionamento tecnico ormai sedimentata (fuori), non mi voglio stancare di sottolineare che la tecnologia da sola ha dei limiti notevoli, se non è assistita dalla codifica di un proprio Sistema di Gestione dell’Energia (SGE).

Un SGE racchiude un potenziale economico notevole: le opportunità messe a disposizione dalla tecnologia per conseguire risparmi energetici sono numerose, ma sfruttarne il potenziale secondo un’applicazione ottimale richiede programmi di gestione, che possono essere più importanti della disponibilità di soluzioni tecniche. Quanto adeguata è la gestione, tanto saranno presenti in forma efficace:

•          organizzazione e metodo per il miglioramento continuo delle prestazioni energetiche

•          monitoraggio e registrazione continua dei parametri di funzionamento, in precedenza ed in seguito all’attuazione di interventi

•          motivazione e conseguente partecipazione attenta del personale

In altri termini, la mentalità pervadente dovrebbe essere: “l’efficienza energetica è un viaggio, non una destinazione”; e, sottolineo, tutto quanto viene materialmente messo in atto sorge da un’attenzione continua. Ad esempio, per citare solo pochi tra i vari atteggiamenti positivi possibili:

  • sui risultati degli interventi ci sarà forte attenzione, analisi e sintesi
  • qualunque modalità di esecuzione di un processo potrà sempre essere rimessa in gioco
  • per qualunque esperienza acquisita in un dato punto del processo, in un dato reparto dello stabilimento o in un dato stabilimento della società, ci si dovrà domandare se e come riapplicarne le conseguenze apprese a tutte le realtà in cui potrebbe applicarsi.
  • Tra il personale deve attuarsi un continuo scambio di idee e risultati, senza disdegnare l’idea di creare dei team trasversali che attuino una sorta di ridistribuzione continua dei risultati e della cultura acquisita. Tra progettisti e addetti all’esercizio dovrebbe instaurarsi una comunicazione serrata.
  • confrontarsi con i benchmark è una pratica fondamentale. Tuttavia, nessuno dovrebbe sentirsi arrivato per avere eguagliato il migliore benchmark di un determinato indicatore: se i best values degli indicatori continuano a migliorare, questo è sostanzialmente dovuto al fatto che qualcuno non si è accontentato, e prima che con i benchmark si è confrontato con i limiti della fisica.

Per essere rigorosi, si potrebbe obiettare che non solo nella seconda vignetta la gestione è sistematica: anche gli omini della prima agiscono “secondo un sistema”. Ma che questo sistema abbia i requisiti per ottenere risultati è sicuramente discutibile.

Ma allora quali sono i requisiti di un SGE efficace? La norma ISO UNI CEI EN 50001 riunisce i requisiti di un sistema di gestione energetica efficace. La Figura che segue è tratta dalla stessa norma che altro non è che l’implementazione in chiave energy del noto schema Plan Do Check Act[1], tipico di tutti i sistemi di gestione certificati (e delle norme che li regolamentano).

PDCA

La norma – è molto importante sottolinearlo – si rivolge testualmente “a qualunque organizzazione  che desideri assicurarsi di essere conforme alla propria politica[2] energetica”; come dire che, indipendentemente da tipo e taglia, qualunque organizzazione dovrebbe utilizzare la ISO UN EN 50001, che tra l’altro non definisce specifici criteri di prestazione energetica, come termine di paragone per autovalutarsi, volontariamente  e periodicamente, rispetto ai propri obiettivi, che ciascuno deve porsi secondo le proprie caratteristiche.

Certo, al momento pare ancora presto per capire quale successo la 50001 stia avendo in Italia: ad ottobre 2012 le certificazioni ISO 50001 erano più o meno una trentina, evolutesi in circa 100 a luglio 2013. Potremmo essere nella fase di accelerazione della curva logistica. Ma credo che l’effettivo sviluppo dipenderà da quanto questa norma, volontaria, faciliterà le opportunità di business. Inoltre bisognerebbe fare anche qualche distinzione tra l’essere certificati e l’essere adeguati. Bisogna parlarne meglio in un pezzo dedicato, come dicevo.

Aldilà di questo, l’insieme della normativa volontaria in tema di risparmio energetico sta comunque facendosi interessante, dato che esistono norme simili per definire i requisiti di ciascuno dei principali elementi di una gestione energetica: fornitori di servizi energetici, servizi energetici, professionalità individuali, metodologie di misura, di benchmarking, di auditing.

Mi riprometto di parlarne a breve.


[1] PDCA, noto anche come ciclo di Deming.

[2] Pessima traduzione dell’originale “policy”. Io avrei lasciato policy.


 
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Quanto è rigida la dipendenza dai derivati del petrolio nei trasporti?

Quando si devono cogliere obiettivi che riguardano il settore energetico nella sua totalità, ci si trova davanti ad un trivio; non bastasse, le scelte sono ancora più complicate dal fatto che la soluzione non è prendere una delle tre strade, ma percorrerle nelle giusta combinazione un po’ tutte e tre. Dei corni del trilemma energetico, di quello dei trasporti ho di gran lunga meno occasione di occuparmi; ma non certo perché sia meno interessante.
Da quando, nella prima metà degli anni Settanta del ventesimo Secolo, al mondo si è capito (chi più, chi meno) quanto fosse opportuno darsi da fare per ridurre la propria dipendenza dal petrolio, molta acqua è passata sotto i ponti e, nella generazione elettrica come nel calore, l’utilizzo di gasoli, nafte e oli combustibili si è ridotto in maniera veramente drastica. Anche il gas, che per molto ha sofferto comunque della diffusa necessità di ancorare i suoi aggiornamenti di prezzo al greggio, sta progressivamente riuscendo a togliersi da questo impaccio (lo si vede anche in Italia, dove negli ultimi tempi si sta recuperando il gap di prezzo rispetto al resto d’Europa proprio, tra le altre cose, facendo leva sulle quotazioni dei mercati spot per rivedere i contratti take or pay).

Ciò non è successo però nei trasporti che, ovunque nel mondo, è il settore energivoro che non ha saputo trovare alternative largamente percorribili che lo svincolassero dai derivati del petrolio.

La Comunità Europea sta impegnandosi a raggiungere certi obiettivi di promozione ed uso delle fonti rinnovabili: la Direttiva 2009/28/CE in particolare, impegna i 27 a raggiungere, al 2020, il 20% di uso delle rinnovabili “nel consumo finale lordo di energia” (art.3, comma 1), ciascuno secondo le sue possibilità previamente presentate, concordate ed approvate (all’Italia spetta un 17% e probabilmente farà meglio, anche se non c’è necessariamente da complimentarsi, magari ne parleremo una delle prossime volte).

Quel 20% prende in considerazione tutto: consumi stazionari e trasporti. Però, temendo l’eventualità che ciascun Paese Membro avrebbe sovracompensato sui settori stazionari, facendo poco o nulla per i petroliocentrici trasporti, la Direttiva dedica agli stessi il comma 4 dell’art.3: “Ogni stato membro assicura che la propria quota di energia da FER in tutte le forme di trasporto sia almeno pari al 10%…”. Insomma, pur comprendendo le difficoltà maggiori a concorrere paritariamente verso la media del 20%, la CE obbliga ciascuno a fare almeno qualcosa. Con una percentuale non differenziata, ma uguale per tutti gli Stati al 10%.

Metto sul tavolo qualche spunto, che sicuramente sarebbe meritevole di approfondimento:

  • ho qualche perplessità sui biocarburanti, anche se con qualche spiraglio di ottimismo a termine non breve: i biofuel di prima generazione, per i quali peraltro mi pare si sia parecchio raffreddato l’entusiasmo, sono in competizione con l’uso agroalimentare dei terreni, oltre che avere bilanci (energia, acqua, emissioni CO2) from the cradle to the grave non sempre positivi; ritengo che nemmeno la seconda generazione faccia abbastanza (però almeno si sottrae dalla competizione per i terreni); molto più interessante sembra la terza generazione, dove la specie più rappresentativa sono le microalghe: non sono in competizione per i terreni (sono di bocca buona per le caratteristiche del sito, vanno bene sia il mare che aree inutilizzabili altrimenti) hanno una resa energetica per area senza confronti con le specie precedenti (rispetto ad esempio all’olio di palma siamo un ordine di grandezza sopra) e anche i bilanci potrebbero essere favorevoli: ad esempio, è da notare la loro capacità di assorbire la CO2 contenuta nei fumi di impianti di combustione industriali.   Questo però oggi è solo un risultato raggiungibile in prospettiva: in pratica gli impianti funzionanti per produzione energetica stanno ancora trovando la loro strada, ed i costi, sia di esercizio che di impianto, sono ancora proibitivi. E non sembra il momento di disporre incentivi principeschi che scarichino nelle nostre già tassate tasche tutto il gap coi carburanti petrolioderivati.
  • è da capire il ruolo che gioca l’andamento che stiamo imboccando in merito al nostro rapporto con i veicoli su gomma, e qui vado a riferirmi alla peculiare situazione italiana: per grafici e numeri più precisi potete riferirvi a http://fardiconto.wordpress.com/2013/10/19/il-trasporto-su-gomma-in-italia-una-nuova-era/ ; io intanto riassumo il nocciolo: negli ultimi 5-6 anni le immatricolazioni annue hanno subito un tracollo, più che dimezzandosi; il fatto che il parco veicoli si mantenga invece costante significa che teniamo un veicolo più a lungo, con conseguente invecchiamento medio del circolante (e sua prestazione energetica ed ambientale media peggiore). Inoltre si va in giro di meno: la percorrenza chilometrica media per veicolo è calata del 12%.  Insomma, diminuendo la percorrenza è chiaro che la stessa immissione quantitativa di biocarburanti alle stazioni di servizio avrebbe effetti percentuali maggiori; ma è anche vero che sembra veramente faticoso incoraggiare nuove immatricolazioni (che sono quelle da cui verrebbero i nuovi veicoli, meglio in grado di marciare a carburante biomiscelato).
  • L’auto elettrica stenta a prendere il volo. Il consumo elettrico nel trasporto viene considerato rinnovabile per la percentuale di rinnovabili che il dato Paese ha raggiunto nella generazione elettrica: molti anni fa ricordo che, tra i detrattori dell’auto elettrica, qualcuno raccomandava di non trascurare la costruzione di centrali in più che caricare le batterie avrebbe richiesto

Eravamo ancora all’epoca delle centrali ad olio combustibile, con rendimenti netti attorno al 38% e problemi di soddisfacimento domanda elettrrica.  Ma oggi? Oggi sulla maggior parte del territorio i cicli combinati, alimentati a gas e con il 55% di rendimento, sono in enorme sofferenza economica per eccesso di offerta dato che, dopo aver fatto business plan basati su 5500 ore/anno tra le quali in bella evidenza le ore di picco per fare margine, si ritrovano sulle 3000 ore/anno, delle quali molte con margine ridotto all’osso: qualche riflessione sul valore marginale della ricarica elettrica delle auto  sarebbe da fare, dato che questa contingenza è destinata a durare ancora molto.

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Il riscaldamento globale e l’argomento più convincente

In settembre 70 investitori globali, con un totale di portafoglio gestito attorno a 3000 miliardi di dollari (una volta e mezzo il PIL dell’Italia) hanno chiesto lumi a 45 colossi energetici (divisi in tre gruppi, petrolio, energia elettrica e carbone) su come si stiano coprendo dal rischio che il valore del loro business venga abbattuto dall’attuazione cogente di policies di drastica riduzione delle emissioni.  Il trend al 2050, osservano, ci porterà a più di 660ppm di CO2 nell’atmosfera, cui corrisponde un innalzamento inaccettabile della temperatura media del pianeta (+3.6°C): plausibilmente chi governa sarà costretto a contenere il riscaldamento globale entro i 2°C (450ppm), cosa che necessiterà di un 80% della riduzione delle emissioni. E al momento l’80% dei nostri usi energetici sono assicurati da combustibili fossili.

E le domande del gruppo di investitori sono abbastanza imbarazzanti. Nella sostanza, come investitori di lungo termine, essi chiedono perché dovrebbero continuare ad investire sui destinatari della lettera.

Ad esempio, per le petrolifere: l’attuazione di policies  per il contenimento entro i 2°C di innalzamento termico, significa che il 40-60% del loro mercato verrebbe perso. E che non potrebbero utilizzare più di un terzo delle attuali  riserve accertate, all’incirca. Ma allora come è possibile -si domanda la letterina- che nel 2012 le 200 maggiori aziende nel settore dei combustibili fossili abbiano speso 674 miliardi di dollari per la ricerca di nuove riserve?

Le richieste che concludono la lettera non scherzano: ciascuna delle compagnie, petrolifere, elettriche o minerarie del carbone, faccia uno studio sulla sua esposizione a questi rischi, e chiarisca cosa sta facendo per coprirsi da un crack esiziale. E che emerga chiaramente quale ruolo ha avuto il consiglio di amministrazione nella supervisione di tale studio ed elaborazione di conseguente piano di protezione (insomma che il Board se ne prenda responsabilità).  Da rendere noto nella prima metà del 2014.

Per il 4 ottobre già era chiesto di ricevere notifica sulle intenzioni circa questa richiesta: le compagne hanno risposto con manifestazione generica di interesse, anche un po’ goffa, ma è chiaro che in qualche modo cercheranno di dare soddisfazione ai detentori e collocatori di 3000 miliardi di dollari.

Io sono forse diventato un po’ cinico, ma queste tre lettere mi piacciono proprio: niente sentimentalismi per il pianeta in pericolo, stile asciutto: “abbiamo un sacco di soldi, secondo voi perché dovremmo continuare a metterli nelle vostre tasche dato che, sembrate non aver  capito che, se continuate a pensare di andare avanti come sempre, fra un po’ vi ritrovate con le gambe segate,  voi ed i vostri giocattoli usuali? Dateci una buona ragione, messa per iscritto, ben fatta, e dichiaratevene responsabili, perché se non ci avrete convinto il problema è vostro”.

Sono diventato cinico, dicevo. E sì, perché 45 letterine di tre pagine ciascuna, leggermente diverse per petrolio, energia elettrica e carbone, so già che avranno un effetto decisamente più efficace di migliaia di persone che vadano ad urlare per strada, magari rischiando anche qualche manganellata, ma evidentemente sprovvisti di una leva efficace come la scarsella piena. 

disclaimer: può darsi che sotto compaia della pubblicità a mia insaputa. Quando l’ho fatto osservare, wordpress mi ha risposto di ringraziare il cielo che mi fanno scrivere gratis…

Digressione | Pubblicato il di | 6 commenti