Quanto idroelettrico ancora da fare?

Il grafico che ho scannerizzato in modo davvero pietoso viene da un report euroelectric (“Hydro in europe: powering renewables”, si dovrebbe anche riuscire a scaricare, perlomeno il summary), e riporta il potenziale idroelettrico in Europa in TWh/anno, con evidenza anche della ripartizione tra quota già sfruttata e non, per Paese:

hydropotential

Già ad oggi, nell’EU27 l’hydro conta 136 GW installati, capaci di 340TWh annui, che nel totale dei membri Euroelectric diventano 200 GW e 550 TWh, il 70% dell’energia da rinnovabili (il vento si classifica secondo con un distacco abissale, 15%): 2750 ore equivalenti, unite a vite medie di impianto decisamente più elevate di qualunque altra tecnologia di generazione (non è per nulla difficile trovare impianti con oltre un secolo di esercizio; ovviamente di quando in quando servono opportuni ammodernamenti: ma dopo la costruzione iniziale il più resta fatto, una volta per tutte).
E gli studi di potenziale promettono ancora molto di più: da altri 227TWh annui nell’EU27, già non disprezzabile, all’eclatante + 650TWh nel pool Eurelectric !
Certo, se si va a vedere in che Paesi è distribuito questo inesplorato bendidio si trova al primo posto la Turchia, che oggi produce da idroelettrico un quinto dei suoi possibili 220TWh (che sono 2/3 della domanda elettrica italiana); o la Norvegia, che con il 60% di sfruttamento del suo potenziale già ci fa la quasi totalità del proprio fabbisogno, per cui non ha particolare fretta di sfruttarne altro. Ci si trovano anche Paesi che hanno energia elettrica a buon prezzo grazie al nucleare: hanno tanto potenziale residuo, ma anche un notevole realizzato, che basta a bilanciare i picchi mentre il nucleare copre la base.
L’Italia ai tempi del nucleare costruì addiritura alcune centrali di pompaggio, volte proprio a diminuire i picchi di fabbisogno nucleare. Poi quest’ultimo non si fece, ma i pompaggi funzionarono lo stesso. Purtroppo oggi, essendo prevalentemente in mano al soggetto incumbent, e da quando tra i cicli a gas c’è troppa ressa, sono sempre più sottoutilizzati, evidentemente per non abbassare i prezzi di punta (ma questo, che essendo polemica sicuramente ingolosisce i lettori, è un altro discorso…).
Strano vedere come la Spagna, che non naviga nell’energia elettrica a basso prezzo, lasci ancora molto non fatto. In Italia il più del potenziale idroelettrico è stato grattato, non è un mistero. Proprio per questo che negli anni Settanta le aziende di costruzioni italiane, grazie all’esperienza fatta in casa nei decenni precedenti, andarono a costruire idroelettrico in tutto il mondo. Se ora ci chiamassero in Turchia (dico per dire, ma lo dico), dove indubbiamente c’è parecchio da fare, come risponderemmo? Dove è andata tutta quella capacità? Incialtronita anche lei?

Pubblicato in acqua, energy management, gestione energetica, mercato elettrico, Nucleare, profili della domanda, programmabilità, reti, rinnovabili, sistema energetico nazionale | 2 commenti

Esperto in Gestione Energetica? Un fiorino !

La norma UNI CEI 11339:2009 è, ad oggi, il riferimento più recente per la definizione di EGE, cioè di Esperto in Gestione dell’Energia.  Il suo nocciolo sta in:

  • 4.compiti;
  • 5.competenze;
  • 6.modalità di valutazione

dell’EGE, due pagine e mezzo in tutto.

Quanto segue è abbastanza immodesto, ma sopportatemi:

leggo la norma valutando criticamente se stia parlando di me (lo facciamo anche coi personaggi dei romanzi, figuriamoci qui). E i compiti dell’EGE sono una delle cose di cui mi curo di verificare l’esistenza parlando col personale dei siti in cui vado a fare degli audit. In Italia come in Kazakhstan, Ucraina, Russia, Serbia e tanti altri Paesi. In stabilimenti di polipropilene, come in centrali termoelettriche, impianti di pompaggio acqua mare, fabbriche di cuscinetti a sfere per treni, pasta alimentare, detersivi, acciaio, impianti di trattamento acqua di falda. Da ben prima che si parlasse di audit, fino a tutt’oggi, quando ormai mi repelle chiamare audit quel che faccio, visto che ormai è diventato un termine inflazionato: io oggi non propongo audit ma caratterizzazioni energetiche, e non è snobismo.

Se voglio trovarmi una non conformità: beh, non sono mai stato in uno sito in modo continuativo. Suggerisco al personale le cose che dovrebbe fare, mettendogliele in ordine di priorità e valutandone, magari con accuratezza budgetaria ma sempre quantificante, costi e benefici economici. Poi, dopo qualche mese, via verso una nuova avventura, anche se spesso mi richiamano per progettare o assisterli sulla realizzazione di qualche intervento suggerito. O per replicare l’esperienza su un altro sito. Nel 2012 un soggetto decisamente grosso mi ha fatto fare 5 suoi impianti: il personale di impianto ogni volta l’ho conosciuto pochi giorni, ma con lo staff della corporate che si è diviso per seguirmi sette mesi ormai siamo amici, dato che abbiamo presentato assieme due articoli eche mi hanno voluto tra i piedi anche quest’anno per altri impianti (Oltre che progettare alcuni interventi suggeriti nel 2012).

Allora andiamo al 5, competenze dell’EGE:  direi che gli ultimi 5-6 anni del mio CV più o meno ne rappresentano la messa in pratica.  E negli anni prima mi sono occupato di cogenerazione, teleriscaldamento, generazione distribuita, sia come progetti di ricerca che come valutazioni di potenziali di paesi o regioni per governi e ministeri e, per non farmi mancare nulla, progetti e studi di fattibilità di singoli impianti per terzi. E prima ancora? Ebbè stavo a sviluppare ed utilizzare i simulatori delle centrali termoelettriche, nei centri di ricerca di quella che allora era “L’Azienda” elettrica italiana. E prima ancora arriviamo al Poli, e al dipartimento di energetica che mi ha tenuto a balia per la tesi.

Sono abbastanza EGE? Immodestamente penso di sì.

E allora andiamo avanti e arriviamo a 6-autovalutazione.

La prima cosa chiara è che io posso autovalutarmi. Al limite devo andare a trovare i miei vecchi datori di lavoro, che tra l’altro vado sempre volentieri a salutare, e farmi rilasciare referenza scritta di quel che ho combinato con loro.

Bene. Ma un’associazione, a connotazione fortemente lobbistica, si è già portata avanti a proporre suoi corsi, suoi esami, suo registro, sue quote di iscrizione e sue quote di mantenimento al registro.  Ammesso che tu vada a fare direttamente l’esame senza corso, sono 850 euri complessivi, più altri 300 all’anno per restare nel loro registro. Perché non possono chiamarlo albo, non ha alcun valore legale.

Telefono a dei loro concorrenti. Mi risponde la dott.ssa Taldeitali, devo dire molto gentile, educata,  preparata (“polite”, in un termine che in italiano non trovo).

Anche loro fanno un loro un loro “registro”, che (essendo meno “sexy”, o titolati, o famosi) offrono con 100 euro in meno. Le faccio una domanda precisa: “Ma io posso autovalutarmi, giusto? Siamo d’accordo che un privato per assegnare incarico fa quel che vuole, ma  nessun bando pubblico potrà mai dire che vogliono un EGE iscritto al registro tal dei tali mentre un EGE che si autovaluta secondo norma 11339 non gli va bene, giusto?” Mi risponde che è così, pur cercando di segnalarmi i vantaggi del poter vantare un timbro rinomato tout court.

La ringrazio perché mi ha aiutato a far chiarezza. Perché, sia chiaro, la funzione importante di formare nuovi EGE a qualcuno che le competenze e l’organizzazione ce le ha, la riconosco. Ma che cerchino con l’ambiguità di far credere che tu debba passare dal loro registro (e dalle loro quote) per essere EGE non l’accetto. Siamo alle solite italiche.

Avevo inserito due anni fa nel mio CV di essere un EGE; ma poi l’avevo tolto convinto di aver fatto (in buona fede) una dichiarazione mendace. Oggi so che ero stato spaventato da ambiguità non troppo involontarie. Quindi:

  • appena finito di scrivere questo articolo vado a ridichiararmi EGE a norma UNI CEI 11339 sul CV;
  • non mi iscriverò ad alcun registro, mi costasse ben più di 800 euro in scocciature per mostrami autovalutato.
  • Il primo bando pubblico di gara cui voglio partecipare, che esigerà un EGE iscritto al registro tal dei tali, lo faccio saltare o lo trascino davanti al TAR.

Non ci si può sempre limitare a mugugnare.

Pubblicato in audit energetico, consulenza, EGE, energy management, gestione energetica, lobbies, profili della domanda, programmabilità, rinnovabili, sistema energetico nazionale, uni 11339 | 13 commenti

Il sistema energetico dell’Italia al 46esimo posto su 105

Ecco com’è andata a finire, direttamente nel titolo.

Si sono presi 105 Paesi, e per ciascuno si sono valutati i tre “pilastri” presi come sostegno fondamentale del sistema energetico. Li ricordo (al post precedente per maggiori dettagli su come sono composti), un sistema energetico efficacace deve: 1) Favorire crescita e sviluppo 2)Essere sostenibile ambientalmente 3) Dare sicurezza per tutti di accesso all’energia.

Dando un punteggio da 0 a 100 per ciascuno dei tre parametri e facendone la media, WEF e Accenture hanno messo in classifica i 105 Paesi. L’Italia, per finire 46esima, si è beccata un 58 (48-53-72). Si tratta però di una classifica abbastanza “appiccicata”, dato che troncando a due cifre significative si trovano a 58 Islanda(43a), Turchia e Thailandia(45a). Altri 5 Paesi sono a 59 (nell’ordine Korea, Mexico, Singapore, Olanda, Azerbaijan, posizioni dal 38 al 42), e poi: 6 a 60 (Finlandia, Grecia, Israele, Paraguay, Argentina, Polonia), 7 a 61(Giappone, Croazia, Russia, Australia, Belgio, Estonia, Cile, e con questi siamo già dalla posizione 25 alla 31).  Più in su i punteggi si diradano, ma solo un po’, visto che non c’è nessuno a 62 e poi si sale fino a 67  (dove si riaddensano ben 5 Paesi, Danimarca, Spagna, UK, Romania, Uruguay, dall’ottavo al 12esimo posto) senza lasciare buchi.

Le top seven infine sono:

Latvia e Colombia (7 e 6), a 69

Svizzera, Nuova Zelanda e Francia(5, 4 e 3) a 70

Svezia al secondo posto con 71

and the winner is……

L’unica a staccare veramente tutti, con un 75, è la Norvegia, che conquista questo punteggio come media tra 67-63-95, insomma ad essere decisivo è proprio l’accesso sicuro a tutti.

Gli autori fanno notare tra tante cose che in fin dei conti nessun paese ha un voto veramente alto, insomma sono tutti lontani da 100. Segnalo che sia Stati Uniti che Cina si piazzano in modo piuttosto mediocre, peggio dell’Italia: i primi al 55esimo posto con 56 (56-34-77, notare il pessimo voto nella sostenibilità ambientale); la seconda addirittura al 74esimo con 49 (34-53-60, ad essere tremendo qui è il contributo del sistema energetico allo sviluppo e alla crescita).

In fin dei conti un tentativo perfettibile ma interessante. Una cosa che mi riprometto di fare è prendere i valori dei tre indici e ricalcolare un indice che non sia la semplice media lineare: comprendo le esigenze di semplicità, però che io sappia una struttura che si regge su tre pilastri può averne due robustissimi, ma se il terzo è labile casca: la stessa media ottenuta con tre valori più omogenei dovrebbe essere un risultato migliore.  Ad esempio potrebbe funzionare la distanza dall’origine del piano identificato dai tre punti su una terna di assi ortogonali: se un Paese conquista due 100 ma sul terzo parametro ha 0, in questo l’indice dovrebbe essere zero, e non 67.

Pubblicato in efficienza energetica, mercato elettrico, profili della domanda, programmabilità, reti, rinnovabili, sistema energetico nazionale, tenore materiale | 4 commenti

Cosa conta nel sistema energetico di un Paese? (1)

II World Economic Forum, con l’aiuto di Accenture, ha messo a punto l’EAPI, che sta per Energy Architecture Performance Index.

Si tratta di uno strumento, la cui è utilità è quella di aiutare i Paesi nel monitoraggio dell’evoluzione del proprio sistema energetico attraverso la valutazione di una serie di indicatori (in numero di 16), distribuiti in tre gruppi.

Ciascuno dei gruppi è riconosciuto come un valore basilare nell’architettura del sistema energetico di un Paese, la cui valutazione dovrebbe essere la risposta alla seguente domanda chiave:

How successfully does (the) country’s energy system perform in terms of promoting economic growth and development while being environmentally sustainable, secure and allowing universal access to consumers?

Insomma, il sistema energetico dovrebbe il meglio possibile:

1)      promuovere la crescita e lo sviluppo

2)      essere sostenibile dal punto di vista ambientale

3)      permettere accesso a tutti ed in modo sicuro

In pratica, assegnando un punteggio a ciascuno dei tre gruppi, si può disegnare un triangolo, i cui vertici stanno sui tre assi di un sistema a tre assi ortogonali; quanto meglio se la cava uno dei tre aspetti, tanto più il corrispondente vertice è lontano dall’origine. Nel globale, quanto più la media dei tre punteggi è elevata, tanto meglio (mi viene già in mente un osservazione, dato che la media dei tre punteggi non misura la distanza del triangolo dall’origine…).

Mi addentro nei tre gruppi, che a loro volta raggruppano gli indicatori loro appartenenti in sottogruppi (indici e sottoindici numerici sono miei, come anche la traduzione, sicuramente non perfetta, ma spero non fuorviante):

1.    Promuovere crescita e sviluppo

1.1.    Efficienza

1.1.1. intensità energetica

1.2.    Mancanza di distorsione/accessibilità

1.2.1. grado di distorsione artificiale dei prezzi benzina

1.2.2. grado di distorsione artificiale prezzi diesel

1.2.3. prezzi energia elettrica per l’industria

1.3.    Ulteriori svantaggi e vantaggi per la crescita (orig. supportive/detracts for growth)

1.3.1. costo dell’import energetico (in %/PIL)

1.3.2. valore dell’import energetico (in %/PIL)

2. Sostenibilità ambientale

2.1.    Impatto delle emissioni

2.1.1. emissioni CO2 da energia elettrica e calore/popolazione

2.1.2. PM10 (limite nazionale)

2.1.3. consumo medio di carburante per passeggero su veicolo (l/100km)

2.2.    Quota di combustibili low carbon nel paniere energetico

2.2.1. quota % di energia alternativa (nucleare incluso) nel consumo complessivo

3.       Sicurezza (e uniformità) dell’ accesso all’energia

3.1.    Diversificazione dell’approvvigionamento

3.1.1. diversificazione di fornitura nel complessivo dell’energia primaria (indice di Herfindahl)

3.2.    Livello e qualità dell’accesso

3.2.1. Elettrificazione (% della popolazione)

3.2.2. Qualità della fornitura (da 1 a 7)

3.2.3. % della popolazione che usa combustibili solidi per cucinare

3.3.    Autosufficienza

3.3.1. dipendenza dall’import (saldo netto% rispetto all’uso di energia complessivo)

Di osservazioni da fare ce ne sono sicuramente tante, e comunque gli stessi autori si propongono di evolverne la struttura. Prima ancora di entrare nel merito, mi lascia un po’ perplesso l’ammissione candida di essere ricorsi, tra i criteri fondamentali,  a quello di utilizzare grandezze misurabili ed elaborabili (la scelta del PIL in quanto misurabile più agevolmente di altri indici sappiamo, quando poi ci si è abituati a metterne il giudizio in posizione di priorità assoluta, aver portato in economia a disastri gravi); però è anche vero che qui di indici se ne sono presi 16, e li si è infilati in tre punteggi che a loro volta vengono ottenuti da altri raggruppamenti interni: sicuramente aumenta l’arbitrarietà, ma il grado di rozzezza è già molto inferiore.

Ad ogni modo, questo EAPI è stato utilizzato per dare un punteggio al sistema energetico di 105 Paesi, come media dei tre voti sui tre vertici del triangolo.

Come è andata a finire?

I risultati sono interessanti, ma mi rendo conto che il post è già diventato un po’ troppo lungo, per cui (il consulente perde il pelo ma non il vizio) mi tengo il materiale per farci una seconda puntata.

Però (contravvenendo al suddetto istinto di sopravvivenza del Consulente), indico a chi vuole, per impazienza o per altro, come saperne di più anche senza di me:

http://www.weforum.org/issues/energy

io continuo col resto a breve.

Pubblicato in efficienza energetica, mercato elettrico, Nucleare, profili della domanda, programmabilità, reti, rinnovabili, sistema energetico nazionale, tenore materiale | Lascia un commento

al via il conto termico per privati e pubbliche amministrazioni italiane

Con decisione interministeriale, ai primi di gennaio è stato varato il cosiddetto Conto Termico, il cui oggetto è il sostegno alla penetrazione dell’efficienza energetica e della produzione termica da  rinnovabili per interventi di piccola taglia; insomma si parla di interventi su installazioni civili, con riguardo sia a privati che a Pubbliche Amministrazioni (PA).

Sembra di cogliere attenzione per le esperienze passate: gli interventi riconosciuti devono riguardare edifici già esistenti e dotati di climatizzazione invernale, per cui non dovremmo vedere cose simili alla nascita di una serra, con azienda serricola annessa, per metterci sopra un impianto fotovoltaico.

Inoltre c’è una prima finestra di incentivi, 60gg dopo raggiungimento dei quali è dichiarato concluso il primo round e si aggiustano i  coefficienti con risultati del primo. Il primo round si chiude dopo 200mln€ di incentivi per le PA (di cui una certa parte concessa a interventi quadro concordati con terzi finanziatori o operatori, tipo servizio calore o FTT); 700mln€ invece a disposizione per i privati.

Gli incentivi sembrano calibrati per non essere nè le ricche prebende di cui ha goduto il fotovoltaico, ma nemmeno i leggeri certificati bianchi, che mai hanno ribaltato drasticamente un giudizio sulla convenienza di un intervento. In sostanza:

  • per gli interventi classificati come  efficienza energetica, c’è un rimborso pari al 40% dell’investimento, corrisposto in 2 o 5 annualità a seconda del tipo di intervento (in un solo anno se < 600€). L’investimento non deve superare un massimo specifico (per unità di potenza o di superficie riqualificata); inoltre si richiede prestazione minima dell’impianto, a seconda di alcuni fattori (zona climatica per le superfici e gli infissi di cui si migliora l’isolamento; rendimento nominale in funzione della taglia per le caldaie a condensazione. Infine ci sono tetti massimi di taglia (500kW per le caldaie).
  • per le rinnovabili termiche invece, si fa ricorso a dei forfait di calcolo dell’energia risparmiata, che tengono conto delle prestazioni rispetto alla soluzione precedente e del numero di ore equivalenti, ancora in base alla zona climatica. Il rimborso è anche qui per 2-5 anni, e anche servono prestazioni minime. Anche le pompe di calore sono incluse nel novero delle rinnovabili, che siano elettriche o a gas, che siano ad aria, acqua o geotermiche. La tipologia decidera la minima prestazione richiesta in termini di efficienza. Poi ci sono i collettori solari e le pompe di calore per scaldare acqua, a mandare in pensione gli scaldacqua elettrici (famigerati, di cui le aziende italiane hanno riempito il mondo…). Per costruzioni rurali sono contemplate anche le biomasse per riscaldamento, si tratti di caldaie, termocamini, o altro.

Gli interventi sono simili per PA e privati, ad eccezione dei risanamenti degli edifici (pareti orizzontali, verticali, infissi e anche schermature), riservati alle PA.

L’insieme degli interventi contemplati mi sembra abbastanza ben congegnato. Anche i rimborsi mi paiono equi, varati con il criterio dell’aiuto sensibile, ma per interventi già di per se con buone prerogative di risparmio e attuati con componenti di buona qualità. L’orizzonte dopo il quale rifare la messa a punto mi pare equilibrato;  c’è lavoro per alcune classi di operatori, anche se come al solito i lobbisti di parte hanno strillato che non si è fatto abbastanza e che così saranno tutti certamente rovinati (ma in Italia bisogna farci il callo).

Perchè un intervento sia incentivabile deve essere stato raccomandato da una “diagnosi energetica di alta qualità”: e questo va bene, può rendere più difficili le installazioni fatte per dare lavoro all’amico dell’assessore.

Unica cosa che, per il momento, mi preoccupa è quella della serie di documenti ed attività tipo ancora da “standardizzare”: GSE, Enea ed AEEG devono ancora preparare una serie di documenti procedurali fondamentali. Mi sfugge qualcosa, e spero che il seminario cui vado ad assistere tra qualche giorno, presieduto da un emissario ministeriale, me lo chiarisca. Il dubbio è su come si possa considerare partito il Conto Termico  se, a partire dall’emanazione del decreto:

  • le linee guida per l’installazione verranno predisposte da GSE con assistenza CTI entro un anno
  • il modello di “diagnosi energetica di alta qualità” prima citato, verrà predisposto da ENEA, in collaborazione co CTI e regioni, entro novanta giorni.
  • la scheda-domanda, con cui il soggetto chiede l’incentivo per l’intervento, sarà in modello entro 45gg.(GSE ed Enea in collaborazione)
  • la scheda-contratto, che stipula l’accordo con cui un soggetto responsabile dell’intervento percepisce l’incentivo, verrà emanata come modello da AEEG entro 90gg.

Speriamo nel seminario ministeriale: che mi dicano che avevo capito male, che è già possibile muoversi e come.

Pubblicato in decreti ministeriali, efficienza energetica, rinnovabili, sistema energetico nazionale | Lascia un commento

Investimenti sulle rinnovabili: finanza pura?

ImmagineNel grafico sopra riprendo i dati del report annuale Bnef (Bloomberg New Energy Finance), relativi agli investimenti mondiali nel settore delle fonti rinnovabili, dal 2004 ad oggi: piuttosto evidente la partenza esponenziale, con raddoppio ogni due anni (tassi di crescita del 40-50% annuo), violentemente interrotta dallo shock del 2008, rimbalzo del 2010 e quindi nuovo collasso: lo shock con crescita bloccata del 2008-9, (16% e -2%) è poca cosa rispetto alla brusca contrazione che nel 2012 ha portato un -11%.

Le rinnovabili in pratica mostrano di non sapersi staccare da un quadro regolatorio che le promuova e dagli incentivi: il loro successo è un proxy della combinazione di certezza del primo e floridità dei secondi. Dico questo pensando anche al fatto che il quadro permette in genere alle rinnovabili di esprimere la loro produzione senza minimamente confrontarsi coi profili di domanda, punto critico ad esempio per i cicli combinati a gas, che in Italia stanno passandosela brutta. Unica composizione positiva, nel calo c’è anche un piccolo apporto della diminuzione dei costi specifici di eolico e fotovoltaico. Tornando al BNEF:

Spagna e Italia sono le più colpite in termini relativi (-68% e -51%);  ma in Europa il declino è generale (Germania-27%, Francia -35%, Regno Unito -17%).

Sono gli USA ad accusare  il maggior calo in termini assoluti (scende da 65 a 44.2 mld $  , -32%), mentre in Cina non si arresta la crescita (+20%, 67.7 mld, composti in gran parte di solare), riprendendo la prima posizione persa nel 2011.

Il dato percentuale strabiliante riguarda il Giappone, con un +75%(16.3 mld$) propiziato dal disastro di Fukushima, dopo il quale è stato facile ai politici far passare l’approvazione di nuovi e forti incentivi.

Per fonte, la discesa è generalizzata, con: 142.5 mld$ al solare (-9%), 78.3 mld$ all’eolico (-13%);  biomasse e rifiuti scendono a 9.7 (-27%), il  biofuel crolla (4.5mld$ , -38%) e così la geotermia (-39%, 1.8mld).

Solo il minihydro (<50MW) è in crescita con un buon  +17% che lo porta a 7.6mld$.

In un certo senso il processo di penetrazione è comunque ormai partito, dato che il 2012 comunque resta il secondo anno di sempre (e il 2011 era stato sopra le previsioni , con 302mld anziché 280 previsti ad inizio anno). Per dare un termine di paragone, la spesa per la Carbon Capture and Sequestration è attorno ai 3mld$ annui, abbastanza stabile.

Ma si tratta ancora di un settore che vive di sostegno. Non solo monetario ma anche di protezione dal mercato. Insomma, in funzione degli incentivi saprò quanta finanza mi serve, è potrò fare qualcosa se ho credito.

Un ultimo dato, riguardo a fusioni e acquisizioni societarie nel settore (non incluse sopra): si sono investiti 50.8mld$ (-31%): calo anche per queste, ma notare quanto grosso è rispetto alla spesa di cui si è parlato prima, composta da:

  • grossi impianti (notare, inclusa produzione biofuel): 148.6mld (-17.2mld)
  • piccoli (FV sul tetto): 80.2(+4.8%)
  • ricerca e sviluppo (sia pubblica che privata): 30.2mld, costante

Ricordo un mio collega, specialista di rinnovabili già dagli anni 90 (mentre io ero un termoelettrico “puro”, ci conoscemmo convergendo assieme su un progetto europeo sulla generazione distribuita, per la quale io feci i primi approcci su cogenerazione e profili di domanda degli utenti singoli…). Bene, il mio collega diceva,  allargando le braccia: “eh…le rinnovabili sono roba per ricchi…”; con questo non credo si riferisse alla combustione di sterco e ramoscelli di legna.

Pubblicato in mercato elettrico, profili della domanda, programmabilità, rinnovabili | 21 commenti

L’efficienza è sempre una questione relativa (Per te conta poco?Ci penso io!)

La scorsa settimana ero in un posto dove si pompano più di un paio di milioni di metri cubi al giorno di acqua di mare. A dividersi il compito sono una quindicina di pompe, di tre dimensioni diverse, ma mi verrebbe da dire che ciascuna è grossa come un monolocale. Quest’acqua raffredda petrolchimici, gruppi termoelettrici e una raffineria, per poi tornarsene a mare tramite qualche chilometro di canali. Ho fatto dei chilometri in auto con gli addetti del sito per ispezionare tutto quanto: tra le due stazioni più lontane ci saranno quattro chilometri di costa, e poi  tubi da due metri di diametro, vasche, canali; senza contare le sale controllo degli impianti raffreddati, dove ho cercato di cogliere portate, pressioni, temperature, e di intervistare i tecnici per capire le caratteristiche di ciascuna utenza. La prima cosa che può stupire è che tutti tengono sempre tutto aperto (tranne per qualche scambiatore che è un po’ troppo in elevazione: ma è per evitare bolle, non per risparmiare).

Il servizio è demandato ad una sola società, partecipata da tutti questi energivori: prima ciascuno faceva per sè! La stessa società distribuisce a tutti aria compressa, vapore, acqua demi, acqua sanitaria, gas tecnici, magari prodotti da uno dei soggetti.

Un passo decisamente efficiente. Solo che non ci sono registrazioni di portata, nè prodotta dalle pompe nè assorbita dagli scambiatori degli utenti: la divisione dei costi avviene in base a dati nominali, completamente forfettari, come con i millesimi di un condominio: solo che la bolletta elettrica potrebbe essere degna di un grosso stabilimento manufatturiero, mica il conto dell’impresa che livella le siepi e lava le scale…

Questi signori mettono in gioco talmente tanta energia che quella delle enormi pompe di raffeddamento è per loro una quisquilia.

Bello che da qualche anno abbiano messo in comune e affidato i servizi utilities ad un solo soggetto, che ha come core business di occuparsene (bello anche che questo soggetto si sia rivolto ad uno specialista perchè vuole capire come ridurre i consumi: finita la missione, sono chino sulla scrittura della relazione e sto divertendomi come capita solo quando credi in quel che stai facendo….)

Pubblicato in acqua, efficienza energetica, programmabilità, reti | 6 commenti

L’efficienza energetica da sola non è la chiave

Quindi, ammettendo anche di riuscire a far percorrere alle rinnovabili la curva d’esperienza nel modo più efficace, insomma investendo un sacco di quattrini ma almeno investendoli bene (non è facile, sia chiaro, anche una volta si fossero eliminate le spinte distorsive delle lobbies), prima che possano contribuire in modo pesante a ridurre il consumo di fonti fossili ci vorrà parecchio tempo. Presumibilmente ancora troppo, rispetto a quello a disposizione. Non resta, mi sembra, che calare la domanda complessiva. O riducendo il bisogno di servizi che implicano una fornitura energetica, o consumando meno a pari servizio (quest’ultimo punto è l’efficienza energetica, ma con un vincolo aggiuntivo); il primo argomento mi sta molto a cuore. Ma non credo possa essere un obiettivo tornare ad un tenore di vita da cavernicolo. E nemmeno da contadino medievale, con le sere al buio in 15 persone davanti al camino, unico punto vivibile. Quella parte del mondo che ha vissuto in modo sempre più comodo potrebbe sicuramente fare a meno di parecchi agi materiali (almeno, appunto, dal punto di vista meramente materiale). Sì, ma vallo a raccontare a quella parte di mondo che ci ha raggiunto economicamente e che lo vuole dimostrare proprio con certi segni materiali di tenore di vita. Come sempre si comincia ad imitare i propri riferimenti dai loro lati peggiori. Così credo che, fino a quando consumare verrà visto come uno status symbol, sarà improbabile convincere il complesso del pianeta a consumare responsabilmente: c’è chi piuttosto affronterà guerre. Nessuna campagna antifumo ha potuto avere successo finchè alla sigaretta è rimasta associata un immagine di virilità o di emancipazione.

E quanto all’efficienza energetica, se è un mezzo per avere a disposizione più a buon mercato dei sostitutivi materiali alla capacità di vivere in sè…i progressi degli ultimi quarant’anni in termini di aerodinamica, consumo specifico dei motori, leggerezza dei materiali, sono serviti solo a rendere economicamente sostenibile il mandarci in giro con il SUV e il dotare ogni membro maggiorenne di famiglia della sua automobilina. In altre parole, a rendere più competitivo come segno di riuscita sociale un SUV che non mandare un figlio a studiare ad Harvard.

Pessimista totale? No, sto solo cercando di mettere ben in chiaro delle criticità, qualcuna insita nella testa dell’uomo. Che non è poco.

Pubblicato in efficienza energetica, Nucleare, rinnovabili, tenore materiale | Lascia un commento

Quando il tempo dà esperienza?

Nell’articolo precedente in buona sostanza mi sono detto che:

1) le risorse fossili a disposizione del pianeta non possono durare per molto (inteso in termini relativi alla storia dell’umanità).

2) che l’energia rinnovabile potenzialmente a disposizione è molto maggiore di quanto mai sarà necessario. Ma la sua frazione fruibile è un altra cosa: oggi, diciamocielo chiaro, questa frazione è veramente infima rispetto al fabbisogno energetico, quantitativamente e qualitativamente. Sostanzialmente questo è dovuto a molti limiti, alcuni di principio, altri tecnologici.

3) forse sui limiti tecnologici si può lavorare, ma bisogna fare in fretta (vedi punto 1).

4) ridurre la domanda energetica può darci un po’ di tempo in più. Ma come e di quanto non è questione semplice.

Sette limiti e quattro domande insolute. Non c’è male. E allora cominciamo da un punto per volta: il progresso delle tecnologie. Quanto può migliorare la fruibilità delle fonti rinnovabili e in quanto tempo?

Ricorro ad un principio un po’ accademico, che è quello delle curve di esperienza (primi a svilupparla quelli del Boston Consulting Group, metà anni ’60), cioè del tasso di riduzione dei costi di una tecnologia: almeno fino alla maturità commerciale, ma a volte fino alla sostituzione da parte di un’alternativa che la renda obsoleta, una certa tecnologia ha un tasso di riduzione dei costi che va esponenzialmente con le quantità messe in funzione. Come dire: ogni raddoppio della potenza installata il costo per unità di potenza si riduce di una certa percentuale fissa.  Come dire: se dopo 1000 MW installati siamo a 5000 euro/kW (numeri buttati lì da esempio) se a 2000MW il costo è sceso a 3500kW (70%), a 4000 MW installati si sarà ridotto ad un altro 70%, cioè 2450 €/kW. E dopo 8000 MW saremo a 1715€/kW, e così via.

In effetti, qualcosa di simile deve essere successo per automobili, telefonini, computer e tante altre cose, chi con il 70%, chi con il 95% o l’80%. Così dovrebbe essere per le tecnologie dell’energia, plausibilmente.

Ma questo non significa assolutamente il successo di una tecnologia: chi spinge il primo tratto della curva d’esperienza? Il primissimo, quello in cui il prodotto ha un prezzo (e spesso anche dei difetti) non proponibile ad un utente “commerciale”? Lo spingono i programmi di ricerca, che arrivano magari a realizzare costosissimi programmi pilota. L’investitore è spesso pubblico, ma di solito dietro c’è qualche costruttore che è interessato a cosa succederà dopo. Altre volte la tecnologia ha, nella convinzione di un qualche soggetto privato, un potenziale commerciale talmente redditizio che questo costruttore privato fa da solo, senza finanziamento pubblico, pur di tener segreti i suoi progressi.

Anche dopo questa prima fase, ne segue un’altra in cui la tecnologia ha ancora difficoltà competitive:  i numeri della curva di esperienza ancora non si incrementerebbero spontaneamente senza qualche agevolazione. E allora può esserci in gioco l’incentivo. Che è in sostanza un investimento pubblico, non privo di risvolti politici.

Quando fu chiaro che le turbine a gas potevano scendere dagli aerei per diventare un efficace sistema di generazione elettrica, il governo statunitense concesse loro margini di emissione NOx piuttosto larghi (3-400ppm credo, erano i primi anni 70). Questo permise ai costruttori, sebbene con sforzi tecnologici, di proporre modelli commerciali. Diversamente la mancanza di competitività avrebbe chiuso sul nascere l’avventura dei turbogas. Il DOE accompagnò il progresso per mano, restringendo i limiti man mano che si riconosceva che ce la si poteva fare con costi accettabili. Oggi il turbogas è una macchina matura e relativamente pulita, con 10ppm di NOx ottenibili piuttosto agevolmente. E difatti da loro si esigono limiti simili (a volte anche meno).

Per le rinnovabili dovrebbe succedere la stessa cosa, dato che un aiuto insufficiente taglia sul nascere ogni penetrazione sul mercato. Ma un aiuto a cuor leggero non ottiene l’effetto di stimolare il progresso: i pannelli nella foto sotto evidentemente hanno beneficiato di incentivo un po’ troppo largo:

Questo è il punto: se nel tentativo di far percorrere i numeri di produzione velocemente, si allargano i benefici concessi in modo scriteriato, i numeri crescono ma la tecnologia non migliora, dato che la competitività non è guadagnata sul campo, ma assicurata. Come dire che ad ogni raddoppio i costi scendono al 95% anzichè al 70% (sempre numeri di puro esempio):  sto buttando  i soldi dei contribuenti (a volte non per inesperienza del regolatore ma perchè delle lobbies  sono riuscite a far passare un incentivo dissennato). Come dicevo prima, se dalle rinnovabili mi aspetto in un tempo limitato una responsabilità che oggi non sono in grado di sostenere, dovrei stare più attento a questi svarioni.  Come per la crescita umana, il tempo dà esperienza quando ti fa vedere delle possibilità ma ti costringe a porti problemi; chiaro, no?

Pubblicato in Nucleare | 2 commenti

Il tempo è galantuomo?

Così fa intendere un vecchio adagio, riferendosi alla capacità del tempo di riparare torti e premiare meriti. Così, davanti all’evidente incongruenza di tempi nel confronto tra i 100 milioni di anni in cui sulla terra si sono formate le risorse fossili disponibili e i 200 anni in cui l’umanità ne ha consumata buona parte, mi aspetterei che il galantuomo si presenti prima o poi con l’intenzione di farci saldare qualche debito.

Ed è quasi ozioso stare a discutere se la buona parte sia il 20% piuttosto che il 40 o il 70%, dell’opera di 100 milioni di anni:  il ritmo di un aumento esponenziale non dà scampo, anche ad un tasso di pochi % ed anche partendo dalla più bassa delle 3 percentuali: al massimo la discussione servirebbe a stabilire se ne abbiamo per una generazione, due, o quattro: abbandonata la visione egocentrica, cambia molto?

Qualche complottista, pensa che solo per volere di qualche potere occulto non siamo a soddisfarci completamente al 100% di utilizzo delle rinnovabili (e di solito più intransigenti sono, meno distinguono il chilowatt dal chilowattora; anzi, giuro che mi capita sentire qualcuno convinto ci siano ancora le sette sorelle).

Rinnovabile è qualcosa che si rigenera allo stesso ritmo con cui viene depauperato. Ed è soprattutto il sole che rinnova le rinnovabili: oltre al solare stesso, fa crescere le biomasse, fa spostare le masse ventose per differenza di temperatura, fa andar l’acqua all’insù (per Totò ci riuscivano anche i soldi) perchè poi possa cadere.

E in effetti, facendo pochi conti con accuratezza limitata agli ordini di grandezza, è abbastanza semplice vedere che la terra è una specie di palla di circa 13000 km di diametro, infilzata in un ideale girarrosto, che capta continuamente dal sole una quantità di energia. Ebbene,  il procapite per dieci miliardi di persone di questa quantità potrebbe stimarsi 5000 volte il procapite attuale dell’Italia (diciamo 200 milioni di tonnellate di petrolio equivalente annuo su 60 milioni di persone, poco  più di tre tep/anno procapite, convertiti in usi finali elettrici, di trasporto, di calore).

E allora?

Eh beh, quel fattore 5000 fa presto a ridursi drasticamente:

1) altri organismi viventi sulla terra depauperano il livello energetico delle risorse disponibili

2) l’energia del sole va in gran parte dove non la si riesce a raccogliere

3) in altra gran parte va dove non la si riesce a trasportare fino all’utilizzo (e l’uomo occuperà sempre una parte veramente ridotta della superficie terracquea)

4) non arriva esattamente nel tempo in cui la si vuole consumare, e questo anche se fosse perfettamente programmabile, il che non è, e le capacità di accumulo hanno forti limiti

5)la trasformazione nei livelli ed usi energetici richiesti si trascina dietro spesso basse efficienze  di conversione

6) ci sono grossi problemi di ingombro nei sistemi atti a raccogliere e trasformare l’energia primaria, per unità di potenza e più ancora per unità di energia.

7) tanti altri fattori importanti.

mentre la domanda nel frattempo non smette di incrementarsi. Non è da dimenticare che in questi ultimi due secoli a consumare le fonti fossili è stata soprattutto una porzione piuttosto ridotta della popolazione mondiale.

Così, ad oggi l’utilizzo delle rinnovabili ha una quota decisamente minoritaria rispetto al fabbisogno energetico complessivo, e peraltro viene supportata da sistemi ad energia fossile che ne integrano le non programmabilità. In quei 7 punti sono contenuti sia limiti di principio che tecnologici. E così oggi, riducendo quel fattore 5000 con un prodotto di 7 percentuali, ciascuna minore di 100, evidentemente quel 5000 scende sotto il valore unitario (cioè energia fruibile da rinnovabili minore del fabbisogno).

Le domande sono:

1) Si può fare in modo che i sette rendimenti abbiano un prodotto maggiore di 1:5000?

2) Se sì, in quanto tempo?

3) Questo tempo è prima che le nostre abitudini in fatto di consumo energetico vengano troncate forzatamente da un calo di disponibilità di fonti fossili?

4) Quanto e come calare spontaneamente i nostri consumi perchè questo possa darci sensibilmente più tempo (questa è più una domanda da ultimo miglio, me ne rendo conto)?

Quante domande. Meglio continuare in un altro pezzo.

Pubblicato in profili della domanda, programmabilità, reti, rinnovabili | Lascia un commento