anatomia di un sistema: gli impianti baseload

Alcune tecnologie richiedono forti investimenti specifici mentre, al contrario, contano su fonti dal costo contenuto, spesso composto in parte non trascurabile dai costi di trasporto. La loro accettabilità si basa sulla presenza di notevoli dispositivi ausiliari (quanto a sicurezza, abbattimento emissioni, sistemi di stoccaggio, trattamento, trasporto) che contribuiscono a costi ed ingombri specifici rilevanti. Il tentativo di ridurre questi parametri specifici penalizzanti viene perseguito realizzando esclusivamente taglie molto grandi, da cui ingombri notevoli in assoluto e aggravio del problema di reperimento siti
idonei. Curioso come fin qui, non fosse per aver già accennato a sicurezza ed emissioni, aspetti dove nei due casi le differenze sono notevoli, potrei star parlando indifferenziatamente di nucleare o di carbone. E il parallelismo prosegue: quanto ho detto introduce ad impianti pesanti, con inerzie notevoli, pessimamente operabili con variazioni veloci di carico. Di fatto questa scarsa flessibilità non è solo tecnologica, ma anche economica: un impianto che è costato molto deve produrre molto per essere complessivamente in positivo. D’altronde, rifacendosi al post precedente, questi impianti hanno buona probabilità di “piazzare” la propria produzione per tutte le 24 ore: il profitto marginale sarà positivo anche per bassi livelli di prezzo, visto che i costi variabili (cioè il combustibile) sono bassi.  Dovrebbero di fatto essere presenti in quantità inferiori alla domanda di base ed il gioco è fatto.

Se nel vostro paese avete un Rio delle Amazzoni, allora questi impianti hanno un altro concorrente, che è l’idroelettrico ad acqua fluente: è anche lui costoso, ingombrante e con grossi problemi di impatto, ma per corsi d’acqua enormi ce la può fare. Il combustibile poi è proprio gratuito. Non appena però parliamo di fiumi più piccoli, l’acqua disponibile è in genere tale (stiamo considerando l’intero ciclo annuale) da non poter giocare un ruolo fondamentale. Anche per l’idroelettrico a bacino vale la stessa cosa: vero è che si tratta di fonte gratuita, ma la disponibilità nel ciclo annuale è limitata, per cui dovrò
concentrare la produzione possibile nelle ore più care. Tra l’altro, se qualunque idroelettrico è velocissimo da regolare, il bacino a monte addirittura mi consente di non produrre senza perdere opportunità. Quindi: indicativamente un idroelettrico ad acqua fluente va a fare base assieme a carbone e nucleare, mentre l’impianto a bacino, generalmente non in grado di produrre per tutte le ore dell’anno, correrà dietro ai picchi, meglio remunerati.

Un altro strano strumento è l’idroelettrico di pompaggio: questo spesso si accoppia proprio con gli impianti di base: piuttosto che abbassarli di carico quando la domanda si riduce (notte, festivi) potrei utilizzarli per offrire energia elettrica che serve a “pompare” acqua nei bacini, svuotabili durante le ore che consentono prezzi più elevati. In Italia abbiamo qualche impianto di pompaggio, perlopiù sulle Alpi: erano stati costruiti proprio durante il vecchio programma nucleare, da utilizzare come già detto. Anche senza quel
programma però questi “pezzi” oggi svolgono tutto il loro ruolo (credo che il più grosso sia ancora quello di Entracque, nel cuneese, 1300MW in generazione e qualcosa meno in pompaggio, con tre bacini di monte che portano acqua ad un impianto interamente in caverna. Mi ricordo gli oltre 600m di galleria per entrare nella prima sala, quella degli alternatori, dopo avere girato le auto posteggiate a muso verso l’uscita, da norme di sicurezza…). C’è da proseguire con altri strumenti dell’orchestra; ma per ora mi sembra di avere introdotto i concetti di producibilità, modulabilità, costo marginale e investimento, carico di base e di punta, nonché di avere reso idea di come suonano nell’orchestra carbone, nucleare e i vati tipi di idro.

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